CHI E’ L’UOMO

 

Adamo dove sei?

Camminavano insieme nel giardino alla brezza della sera ..

 

La Bibbia ci dice che l’umanità intera viene da un uomo solo, per affermare una fraternità originaria tra Dio e l’uomo, tra l’uomo e il creato e tra tutti gli uomini che dovrebbe esprimersi nella solidarietà reciproca.

All’inizio tra Dio è l’uomo c’è la comunione .. l’intimità di rapporto, c’è reciproca stima e fiducia… solidarietà.

 

Dio da sempre vide che era una cosa buona”. Cʼè quindi da parte di Dio un giudizio chiaro di positività di tutto quello che esiste, materia compresa. Dio nella creazione ha posto il suo sigillo di  amore che è: “io voglio che tu esista”, e che dà valore a tutti gli altri atti dʼamore che debbono accompagnare la storia dellʼuomo.

In quella domanda Adamo dove sei c’è tutta la“paura di Dio” che l’amore espresso venga liberamente rifiutato..che la libertà possa sopprimere quanto di più grande e fragile possa esistere.. l’amore.

La libertà in quanto dono e compito nello stesso tempo si misura sulle mie scelte…e si incarna nella mia storia.

All’origine, secondo il Libro della Genesi, c’è esattamente questo: c’è questo libero rifiuto dell’uomo.. l’avere turbato il rapporto con Dio e quindi il non riuscire più ad avere un atteggiamento semplice e fiducioso nei confronti della realtà creata.

 

 

Ma chi è l’uomo?

Non vi sono, risposte univoche e veramente soddisfacenti nella filosofia e nella cultura, comunque nell´esperienza della vita concreta chi sia l´uomo lo sappiamo bene. Lo sappiamo soprattutto quando ci troviamo di fronte a chi soffre, a chi è vittima del potere, a chi è indifeso a chi come noi a volte non comprendiamo il nostro mutevole cuore e quindi ci chiediamo chi sono e dove vado.

Romano 

Dio da sempre vide che era una cosa buona”. Cʼè quindi da parte di Dio un giudizio chiaro di positività di tutto quello che esiste, materia compresa. Dio nella creazione ha posto il suo sigillo di  amore che è: “io voglio che tu esista”, e che dà valore a tutti gli altri atti dʼamore che debbono accompagnare la storia dellʼuomo.

In quella domanda Adamo dove sei c’è tutta la“paura di Dio” che l’amore espresso venga liberamente rifiutato..che la libertà possa sopprimere quanto di più grande e fragile possa esistere.. l’amore.

La libertà in quanto dono e compito nello stesso tempo si misura sulle mie scelte…e si incarna nella mia storia.

All’origine, secondo il Libro della Genesi, c’è esattamente questo: c’è questo libero rifiuto dell’uomo.. l’avere turbato il rapporto con Dio e quindi il non riuscire più ad avere un atteggiamento semplice e fiducioso nei confronti della realtà creata.

 

 

Ma chi è l’uomo?

Non vi sono, risposte univoche e veramente soddisfacenti nella filosofia e nella cultura, comunque nell´esperienza della vita concreta chi sia l´uomo lo sappiamo bene. Lo sappiamo soprattutto quando ci troviamo di fronte a chi soffre, a chi è vittima del potere, a chi è indifeso a chi come noi a volte non comprendiamo il nostro mutevole cuore e quindi ci chiediamo chi sono e dove vado.

Romano Guardini teologo italo tedesco afferma: 

L’uomo, il singolo individuo è sempre definito a partire dal suo centro, che non è spaziale, ma vivente. Il “centro vivente” è l’ interiorità che si rapporta col mondo esterno grazie alla percezione sensibile, alla capacità d’attribuire significati al reale mondano per poter poi orientarsi in esso, alla “spontaneità” dell’azione. In tal senso è chiaro che è ben diversa l’individualità vivente di una pianta, di un animale o di un uomo. L’uomo è  persona (...). L´essere persona non è un dato di natura psicologica, ma esistenziale.

E che cosa deve essere l’uomo per potere esistere come persona? [...] Egli deve essere spirito. [...] Nell’uomo esiste ciò che chiamiamo “spirito”, non solo lo “spirituale”, ma lo spirito reale, individuale. Il mio spirito non è legato entro i contesti e i limiti.

È in virtù dello spirito che l’uomo ha la capacità di prendere le distanze dalla realtà immediata, di trascenderla verso l’alto e verso l’interno». L’uomo non possiede solo delle qualità ma è un soggetto spirituale.

 Un atomo non è mai un essere spirituale. La persona è invece spirito proprio in quanto soggetto spirituale. Proprio perché la persona in quanto spirito è soggetto e non oggetto non può mai essere maneggiata e quindi manipolata, è sì finita ma ospita in sé qualcosa di incondizionato, reca in sé un accento di assoluto.

In che modo esiste l’uomo?

possiamo rispondere: come persona, e cioè sempre come un “Io”.  l’Io inteso come quell’essere in grado davvero di autoappartenersi, che «sussiste in sé e dispone di se stesso. L’Io indica che [...] l'uomo sta in se stesso e le sue azioni derivano dall’iniziativa, e cioè da un inizio o principio suo proprio.

[L'Io dice] il fatto di possedere se stesso e di poter disporre di se stesso, con la conseguenza che anche il suo agire gli appartiene in un modo particolare: ne è responsabile.

 Tutto questo equivale a dire che l'uomo è persona ”.

Se l'Io si possiede nessuno può più espropriarlo della propria identità personale e attentare ad essa. Potrà forse essere soggiogato esteriormente, schiavizzato, ma il potere altrui può esercitarsi sull’essere psico-fisico, mai potrà sequestrare l’Io personale.

 

Come si esprime questo Io

L’esperienza umana ci mostra che l’uomo tende ad assomigliare a ciò che ama e an­cor più a ciò che adora.

Ecco il motivo per cui l’immagine che l’uomo si fa di Dio è così ri­levante. Se l’uomo adora un Dio impersonale, fi­nirà per perdere lui stesso il senso della sua tra­scendenza se adora un Dio solo potente, tenderà a porre la forza come valore supremo dell’esistenza; se con­sidera il successo come bene assoluto (dio), sarà portato a privilegiare il desiderio di apparire ri­spetto all’importanza di “essere”.
L’uomo plasma se stesso, la sua vita, secondo la forma dei suoi dei. Se dunque gli idoli sono “nulla”, l’uomo che corre dietro a loro ten­derà a diventare lui stesso “nulla”: non vivrà più come una creatura perché ha rifiutato il creato­re; ma non riuscirà a vivere come Dio perché non lo è e non lo può diventare
».

L’uomo di oggi che volto ha?

“Io non so dire chi sia e come debba essere l’uomo, il vero uomo, ma sono certo che chi uccide per il proprio potere non è un uomo. So per certo che chi odia il proprio vicino semplicemente perché non ha i colori alla moda, non è un uomo. So che un potente che vive sulla miseria di chi grida di dolore o di fame e di fame di dignità senza essere sentito, non è un uomo…..Non so chi sia l’uomo e come debba essere, ma sono sicuro che chi mostra un volto che non gli appartiene, usando strategie di falsità, non è un uomo…

Uomo è certamente chi sa piangere e disperarsi, chi lancia grida di aiuto, chi mostra la propria fragilità e riferisce le proprie paure, chi canta inni di speranza e giunge persino a pregare un Signore che forse non c’è… Un uomo sa mostrare le proprie piaghe e descrivere il proprio dolore. Chiede aiuto perché un uomo solo non è un uomo. Ha bisogno dell’altro.” (V. Andreoli).

In sostanza l’io persona per esserci ha bisogno di un TU.

Tra me e me ci deve essere un tu

È così è chiaro che lo sguardo che liberamente accetto di volgere all´altro decide della mia stessa dignità.

Così come posso accettare di ridurre l´altro a cosa, da usare e distruggere, allo stesso modo devo accettare le conseguenze di questo mio modo di guardare, conseguenze che si ripercuotono su di me. Lo sguardo che porto sull´altro decide della mia umanità. Posso trattarlo come cosa solo nella dimenticanza della sua e della mia dignità, del suo e mio essere immagine e somiglianza di Dio. L ´altro è custode della mia dignità.

Come è possibile all´uomo questo sguardo capace nello stesso tempo di cogliere e rispettare la dignità dell´altra persona e di garantirgli la propria? Il dramma del nostro tempo consiste proprio nell´incapacità di guardarci così, per cui lo sguardo dell´altro diventa una minaccia da cui difenderci.

 

Invece è nella scoperta che è solo nell’altro, nei suoi occhi  che trovi te stesso Tra me e me, c’è un Tu.

 

 IL credente fa memoria nella sua vita di sguardo di amore del Signore che ha sentito su di sè, nel quale sono custoditi la sua piena verità e la garanzia ultima della sua dignità.

Nei promessi sposi incontriamo questo sguardo, la sfida fondamentale mi sembra quella fra la bramosia rapace di don Rodrigo e la carità oblativa di padre Cristoforo.

La descrizione dello sguardo di padre Cristoforo mentre consuma i suoi ultimi giorni al servizio degli appestati nel lazzaretto, è uno dei ritratti più profondi e geniali di tutto il romanzo, e forse di tutta la letteratura:

«L’occhio soltanto era quello di prima, e un non so che /più vivo e più splendido; quasi la carità, sublimata nell’estremo dell’opera, ed esultante di sentirsi vicina al suo principio, ci rimettesse un fuoco più ardente e più puro di quello che l’infermità ci andava a poco a poco spegnendo» (Cap. XXXV).

Che contrasto con l’ultimo ritratto di don Rodrigo, agonizzante nello stesso lazzaretto!

«Stava l’infelice, immoto; spalancati gli occhi, ma senza sguardo; pallido il viso e sparso di macchie nere; nere ed enfiate le labbra: l’avreste detto il viso di un cadavere, se una contrazione violenta non avesse reso testimonio d’una vita tenace. Il petto si sollevava di quando in quando, con un respiro affannoso; la destra, fuor della cappa, lo premeva vicino al cuore, con uno stringere adunco delle dita, livide tutte, e sulla punta nere» (ibid).

Sì, che contrasto fra lo sguardo di padre Cristoforo, lo sguardo pieno di carità ardente, vivo e splendido, che vince la morte, e gli occhi “senza sguardo” di don Rodrigo che sembrano inabissarsi 

nella morte come nel nulla!  E mentre le mani di padre Cristoforo continuano a donare, a benedire, a rimanere aperte e tese, la mano di don Rodrigo sembra anchilosata nel gesto di afferrare, “con uno stringere adunco delle dita”.

Chi vive stringendo a sé la realtà,

nell’affannosa brama del possesso, alla fine, quando comunque ogni realtà ti è tolta, strappata, continua a stringere il nulla, come per possedere almeno la morte.

 Alla fine, vince la carità. Vince anzitutto e essenzialmente nello sguardo la carità.

 

Viviamo in una società di rapinatori del reale,

 di rapinatori dell’umano, di rapinatori della sete d’infinito che abita il cuore dell’uomo.

Certo, guardando questa società, questa cultura e le sue espressioni più prepotenti, ci sembra che il vincitore sia don Rodrigo. La rapacità di questa cultura contro la vita, contro l’amore gratuito, contro la dignità inalienabile della persona, contro l’educazione alla libertà, sembra vincere con facilità estrema e incontrastata, persino dentro di noi, nel nostro cuore, nei nostri giudizi, nei nostri desideri e nelle nostre paure. Questa cultura della rapacità sembra vincere più e meglio di altre realtà.

Eppure, alla fine vince la carità. Ma la vittoria della carità non è una vittoria che schiaccia il nemico. Padre Cristoforo non trionfa su don Rodrigo. Lo vince amandolo, desiderando fino alla fine che si salvi, che il suo sguardo si riapra, almeno un istante, per accogliere la gratuità del perdono.

Da Sorpresi dalla gratuità di Mauro Giuseppe Lepori

Il credente per essere tale deve fare esperienza di questo sguardo di carità

L’Incarnazione ci ricorda che nel Cristo che nasce ogni vita umana, fin dal suo primo inizio, è definitivamente benedetta e accolta dallo sguardo della misericordia di Dio. I cristiani sanno questo e stanno con la propria vita sotto questo sguardo di amore. Il credente sa comprende che non può darsi la vita da se stesso..nè dare consistenza alla propria umanità.

La sua vita dipende dal rapporto con il suo Signore.. e non un signore qualunque  ma con l’ECCE HOMO. Sì colui che non ha né apparenza ne bellezza per attirare i nostri sguardi..colui che noi vediamo nudo ..spoglio ma di una dignità unica e suprema.

La Croce oggi non ha posto…perché il suo posto è nel cuore ma l’uomo ha messo fuori il Signore.

Il Crocifisso non ha nessun posto – un non posto (come lo chiama Benedetto XVI), è nessuno.

Ma L’Ecce homo questo uomo sta per me  x te dove nessun altro uomo starebbe perché io avessi la vita.

Dio si mette al mio posto e mi lascia libero di stare o no con LUI.

In questo Ecce homo io ho visto l’uomo…Luigi.. roberto.. manuela..sergio.. uomini che hanno attraversato la grande tribolazione e hanno vinto, vinto in dignità, in in amore.

 

Ecco perché trovo vere queste parole di Don Divo Barsotti un grande pensatore teologo..del 900.

 

Per dire Dio, non occorre essere teologi.

Basta conoscere l’uomo.

E per farlo, occorre, prima
ancora di ogni altra cosa, essere uomini.

Insomma, per parlare di Dio, per
intuire qualcosa di Lui, di quel Mistero che presiede al creato, al tempo, alla
storia, al proprio cuore è richiesto prima di tutto una verità su di sé.

Dire Dio, infatti, non è troppo diverso che parlare
dell’uomo.

 Non l’uomo in generale, ma l’uomo così com’è con la propria
inquietudine, la delusione figlia di ogni attesa vana, la paura prima ancora
che della morte, della sua insignificanza, della facile compromissione con il
male.

L’uomo è un contradditorio mistero di bellezza e di peccato,
di ardimento e di pavidità, di anelito e di disillusione.

 In cerca di Dio come
in continua fuga da Lui. Mendicante di felicità e collezionista di
delusioni  e inquietudine.

Per dire l’uomo, basta raccontare se stessi, avere il
coraggio di scendere nella profondità
del proprio io, così miseramente orgoglioso, così difficilmente umile,
tracimante di domande, incapace anche solo di balbettare, il più delle volte,
delle risposte. 

In definitiva, per raccontare se stessi, basterebbe la propria
inestirpabile irrequietudine. Dire Dio, dunque, richiede la consapevolezza
della drammaticità della condizione umana.

Per dire Dio, basta uno che sappia dire, raccontando sé,
l’uomo, quasi con parole non proprie, impiegando un vocabolo che è umano e, al
contempo, divino.

 

Madre Teresa di Calcutta.. è stata una delle espressioni più foti e autentiche di questo sguardo di dio sull’uomo.

Un sguardo che trasforma l’uomo da oggetto a soggetto .. da cosa a persona.

Da qualcosa a Qualcuno.

Quando l’uomo amato e provocato dall’amore capisce questo non teme più.