RIDARE IL PRIMATO A CRISTO NELLA VITA DELL’UOMO

“Se l’uomo scopre che in Dio ha un padre e un amico, nella sua vita tutto cambia”. A parlare è madre Maria Emmanuel Corradini, originaria di Reggio Emilia, dall’estate 2012 abbadessa del monastero benedettino di San Raimondo a Piacenza. Con lei cerchiamo di capire che cosa può essere il Natale per noi oggi.

— “Lungo la via non smarrite la patria” è il tema dell’Avvento in diocesi. Mentre le “periferie” - come dice Papa Francesco - bussano alla porta del convento (persone senza lavoro, famiglie in crisi, giovani preoccupati del futuro), come rileggi queste parole di San Colombano? 

Come un invito a rimettere Cristo al centro, perché senza Cristo siamo uomini dispersi. È Lui che dà unità alla nostra vita. Non dobbiamo attendere le situazioni favorevoli per operare il bene, vivere il Vangelo. Se riflettiamo con attenzione, ci accorgiamo che non c’è mai stata storia senza dispute e guerre. Il mistero dell’iniquità, convive da sempre con quello del Natale e della Pasqua e da sempre colpisce l’uomo. Nei giorni immediatamente seguenti la festa della nascita di Cristo si celebrano il martirio di Santo Stefano e quello dei Santi Innocenti. Il mistero dell’iniquità sedeva anche a tavola con Gesù durante l’ultima Cena. Non esiste mai un tempo reale di pace e di quiete, il mistero dell’iniquità è attorno a noi e in noi. Non c’è mezza misura: o luce e tenebre, o superbia o umiltà, o apriamo la porta a Gesù che viene a salvarci o ci richiudiamo nella autosufficienza.

— E nella vita di tutti i giorni questo cosa significa?

Rimettere al centro Cristo cioè rimettere al centro l’uomo. Oggi, invece, tutto viene vissuto in solitudine. Le persone si trovano senza lavoro ma anche senza un parente o un amico con il quale condividere, la pena, la fatica. E’ necessario affrontare insieme quello che il quotidiano ci chiede riscoprire la solidarietà. Dobbiamo rimettere al centro Cristo per essere aiutati a vivere dal di dentro, con occhi di fede, le situazioni difficili che incontriamo tutti i giorni.

— Qual è l’angoscia più grande che si coglie ascoltando chi viene in monastero a cercare un confronto?

La solitudine. Arrivano tanti cuori frantumati che non hanno, o non ricevono, amore, perdono. Spesso sono sfiduciati e incapaci di trovare una ragione per vivere. Portano pesanti fardelli di malattie, di separazioni e incomprensioni. Tante volte la medicina per rinfrancare i cuori sta in un ascolto attento, pieno d’amore, un silenzio compassionevole e una presenza che si fa vicinanza econdivisione.

— Ti capiterà di scoprirti impotente di fronte alle difficoltà...

La mia “impotenza”, si riversa nella potenza della preghiera, nel rimettere tutto quello che ricevo ai piedi di Gesù, perché la preghiera è capace di arrivare là dove l’umano non può più nulla. Apparentemente c’è l’impotenza di non poter contribuire a risolvere le situazioni, invece l’aiuto viene dal rimettere tutto a Dio. È questo quello che noi monache chiediamo per tutti: la grazia della consolazione e dell’avvento di Dio affinché la grazia, l’oggi di Dio della sua presenza si manifesti.

— Parlavi di preghiera. Voi a che ora cominciate al mattino?

Al monastero si inizia a pregare nel cuore della notte. Ci alziamo alle 4.20 e alle 5 iniziamo a pregare con l’Ufficio di letture. Alle 6 la chiesa viene aperta, alle 6,45 iniziano le Lodi. È bello pensare che esiste un cuore pulsante che si irradia sulla città, che si stende come mantello sulle avversità di tutti. Le difficoltà si “alzano” con noi, ma se il nostro sole è Gesù Cristo, allora si riesce ad elevare il capo e ad affrontarle.

— Nel guidare come in questo Avvento gli incontri di “lectio divina”, metti al centro la Parola di Dio. Una scelta non da poco...

La Parola illumina la storia e permette di interpretarla. La Parola si rivolge all’uomo, è Dio che cerca attraverso di essa il colloquio con la sua creatura. Ciò che mi appassiona è la passione che Dio ha per l’uomo che è passione d’amore e che ritrovo nella Parola di Dio. Parlando al cuore dell’uomo cerco di fargliela scoprire. Se Dio ha dato tutto se stesso per recuperare l’uomo e donargli la salvezza, questi non può buttarsi via, deve riconoscere la propria bellezza e la propriadignità. L’uomo è grande e capace di risorse che nemmeno lui sa di avere. Lo si vede in tante testimonianze di persone semplici e umili che compiono gesti di santità vera nella vita quotidiana.

— L’Anno della vita consacrata, che si è aperto da poche settimane, aiuta a ripensare alla propria vocazione. Qual è stata la tua esperienza?

Avevo 21 anni e studiavo medicina all’Università di Bologna. Fu lì che tutto cominciò. Poi, esercitando la professione di medico al reparto di Malattie Infettive all’ospedale di Parma, ho avvertito la passione per l’uomo che diventa “divino” quando si lascia abbracciare da Dio. Era la fine degli anni ‘90 e il virus dell’HIV faceva paura: i giovani morivano, non c’erano terapie e si temeva il contagio. Nel mio piccolo, ho assistito a riconciliazioni impensabili e a conversioni che portavano a interrogarsi sul mistero di Dio e dell’uomo.

— E poi...

Ho scoperto che la mia vocazione era di donarmi, spendermi per Gesù nella preghiera e nel silenzio. Seguire Cristo presente nel tabernacolo: lui il Signore della storia che attende paziente e silenzioso il nostro andare a Lui. Nella via del nascondimento e della preghiera ho capito che potevo arrivare a tutti, proprio come Gesù, nella notte, quando saliva sul monte elevando la sua preghiera d’intercessione e d’amore al Padre.

— Come sei arrivata alla scelta della clausura?

La chiamata è sempre una chiamata all’amore, che poi si realizza in modalità diverse, e per me è stata la clausura. Ho colto come la preghiera diventava la vera carità da “estendere” su tutti. In clausura si attua il morire a se stessi attraverso l’obbedienza per far nascere Cristo, il consegnarsi della volontà, l’offrirsi per i fratelli attraverso il lavoro. È bello pensare che nei monasteri di tutto il mondo ad ogni ora c’è qualcuno che è orante sul monte per ogni uomo, come Gesù, l’unico vero e perpetuo orante che non smette mai di intercedere presso Dio.

— Tu vedi Piacenza da un punto di osservazione particolare. Come ti sembra la città?

Ho trovato una città bella, vera, ma dove la gente sperimenta grande solitudine. Quando al mattino vedo la chiesa piano piano riempirsi per partecipare alla Liturgia delle lodi e alla S. Messa colgo come le persone qui cercano una parola che rinfranchi e sostenga i loro passi. Un luogo dove “appoggiare “ un po’ il capo e riposare.

— Come si vive il Natale nella tradizione benedettina?

Semplicemente si mette Cristo al centro, facendolo nascere in ogni luogo. Non c’è stanza del monastero in cui non ci sia un piccolo Gesù Bambino. Si cerca di vivere molto in silenzio, e di preparare il monastero come una culla in cui il Signore possa incarnarsi.

— Oggi il vostro monastero conta una decina di monache. Ma le vocazioni in Italia diminuiscono a vista d’occhio. Cosa accadrà nella Chiesa?

Sono certa che la grazia di Dio non farà mancare i suoi segni. L’importante è vivere in pienezza l’attimo presente, sentirsi nelle mani del Signore e operare per il bene e la giustizia. Amare molto e perdonare. Già questo porterà i suoi frutti. Per ora nel nostro monastero non c’è stato ancora nessun movimento vocazionale, ma nulla è impossibile a Dio.

— Qual è il tuo augurio ai giovani?

Dico loro di non temere perché Cristo non abbandona il suo figli. Di lasciarsi conquistare dalla tenerezza di Dio e di trovare dentro di sè la forza per decidere di fare della propria vita un dono.

Davide Maloberti